MADE IN NOVE

Testo: Elia Zupelli
Foto: Davide Sartori
Layout: Christian Colangelo

Visti in trattoria: tra un bicchiere di vino e qualche cicchetto di baccalà, Andrea Dal Prà in arte DNA e Paolo Polloniato noto semplicemente come POL ripercorrono l’epica creativa del collettivo informale a cui appartengono, un gruppo di amici che orbita fieramente attorno alla “città della ceramica”, Nove per l’appunto, e ribadisce con forza la propria originalità. Tecnica, tenacia, genio creativo, spunti innovatori, ricerca incessante: “Il nostro nome dichiara l’amore la terra, per le sue genti, ma senza lasciarsi abbindolare da inutili localismi…Dal 2002 manteniamo un comune sentire per l’espressione artistica multidisciplinare, con una particolare predilezione per la ceramica, che è parte di noi e di cui non possiamo fare a meno”.

Non c’è futuro senza passato. Tantomeno presente. E nel caso specifico di Nove, conosciuta nel mondo come “La città della ceramica”, attività artistica favorita da una congiunzione di fattori politici, economici e ambientali favorevoli, uno sguardo retroattivo ai frammenti di storia appare più che mai propedeutico per interpretare i segni del qui e ora. Coi quali noi vagabondi moltobenisti siamo entrati in contatto ravvicinato durante una torrida giornata di luglio grazie al refrigerante incontro – naturalmente in trattoria – con alcuni membri del Collettivo Nove, Andrea Dal Prà in arte DNA e Paolo Polloniato anche noto come POL, “cultori della materia” di cui riferiremo qualche riga più in là. Non prima del passo indietro di cui sopra, nel pieno del 1727, quasi tre secoli fa, anno in cui si, suggeriscono fonti locali, riconduce l’inizio della produzione ceramica a Nove, per interessamento di Giò Batta Antonibon, che fin dal 1719 si era messo in società con Giovanni Maria Moretto di Giacomo, a Rivarotta, tra Angarano e Nove, per un “negozio di cristallina, cioè piatti ed altro”, usufruendo della fabbrica e del molino del Moretto. Nel 1727 il suddetto aprì una propria fabbrica a Nove, avvalendosi di operai della manifattura Manardi di Bassano, che stava in profonda crisi tanto che nel 1743 chiudeva definitivamente. La produzione novese è già molto conosciuta tanto che nel 1751 nel Nuovo Dizionario Scientifico e Curioso Sacro-Profano Gianfrancesco Pivati scrive parlando del territorio vicentino: “In un sito chiamato le Nove sulla strada di Vicenza in poca distanza da Bassano, fabbricansi colla terra del paese delle stoviglie finissime, per diversi usi, e sono dappertutto molto stimate, e ricercate”. Il destino stava prendendo forma, la tradizione era già in progress…forgiata nel tempo con inesauribile maestria tecnica, innovazione stilistica, matrice artigianale e incessante ricerca formale: tutte caratteristiche e prerogative che fin dall’adolescenza accompagnano i componenti del gruppo informale di artisti composto da Marco Bolzenhagen (MB), Marco Maria Polloniato (mery9), Carlo Stringa (JAN) e i già citati Dal Prà e POL, non solo protagonisti su queste colonne ma anche appassionate “guide spirituali” in loco, tra bellezze inattese e inevitabili calici di vino autoctono. “Dal 2002 manteniamo un comune sentire per l’espressione artistica multidisciplinare, con una particolare predilezione per la ceramica.  Mostre ed esposizioni, visite o lavoro in aziende, ma soprattutto il contatto con ceramisti d’esperienza, sono il territorio umano con cui ci siamo confrontati. Qui siamo cresciuti e abbiamo sviluppato quella spinta che, nata come passione per l’arte, s’è affinata sui solchi già percorsi da altri, spesso uscendone con consapevolezza. Il nostro nome dichiara l’amore la terra, per le sue genti, ma senza lasciarsi abbindolare da inutili localismi…”. 

Tecnica, tenacia, genio creativo e spunti innovatori s’incanalano dunque nell’idea di un artigianato artistico che veicola un valore sociale, presume un forte radicamento nel territorio di riferimento, diventandone parte integrante della cultura. “Sentiamo l’appartenenza a questo paese, alla sua storia e alle sue ricchezza, così come osserviamo con occhio critico i risultati di alcune sconsiderate scelte politiche ed imprenditoriali del passato. Siamo di Nove, anche se nessuno è nato fisicamente qui, visto che dagli anni Sessanta in poi i casi di nascita in casa si contano sulle dita di una mano. C’è chi arrivato da distante (Berlino) nel corso dell’adolescenza, vive appieno questo piccolo paese della ceramica. C’è chi ha sempre vissuto qui, compiendo tutto il suo percorso scolastico e lavorativo, ma viaggiando molto, specie in vespa. C’è chi di Nove conosce un po’ la storia e l’arte e non dimentica il passato, nell’esempio dell’onestà delle nonne e nonni. C’è chi in famiglia ha una tradizione secolare di lavoro nel campo della ceramica artistica che tanto ha dato lustro al nostro paese. E c’è chi viene da una famiglia che ha saputo ritagliarsi uno spazio di rispetto nel campo ceramico in quel secondo dopoguerra, tanto vituperato oggi, quando ogni casa si trasformava in laboratorio di ceramica. In sostanza non nascondiamo di essere novesi, ma non siamo campanilisti. Anzi, certe istanze localistiche e una visione poco ampia sul mondo, proprio non si confanno al nostro vivere”. Anche perché, sottolineano Dal Prà & friends, “sostanzialmente ci occupiamo di scelte artistiche: chi a tempo pieno, chi come esigenza comunicativa, chi come studio, ma tutti lo sentiamo come un imprescindibile e indefinibile anelito dell’anima”. Pur nell’autonomia delle rispettive peculiarità, i vari percorsi “Made in Nove” vanno dunque a confluire, a collaborare, a sperimentare e contaminarsi l’un l’altro, da sempre e costantemente; nel gruppo il saper fare si sposa con il saper cosa si vuole fare, dall’idea alla realizzazione, attraverso l’arte, in un’ottica di rigenerazione creativa. “Affinità e divergenze, non affinità elettive, perché l’identità di ognuno è saldamente ancora a stilemi precisi, che si muovono parallelamente nella sperimentazione. Tecniche plastiche e decorative utilizzate sui materiali più disparati, sostenute da concetti che, nel presente, guardano al passato, aprendosi a un ipotetico futuro. Tele dipinte, tavole decorate, supporti creati ad hoc per sorreggere idee atte a mostrate anche lati spesso nascosti della vita quotidiana. Non cerchiamo l’urlo spiazzante fine a se stesso, ma una proposta reale per dare seguito alla volontà di recupero degli aspetti migliori della tradizione”. Dove al centro c’è lei, la materia: viva, vivida, palpitante. “La ceramica la intendiamo indifferentemente come mezzo espressivo finito, come semplice supporto, comunque spazio definito su cui muoversi per plasmare o dipingere. 

La duplice valenza di ogni oggetto ceramico è la parte plastica e quella decorativa e quindi la fatica e la gioia mentale-visiva-tattile del definirne i contorni. Sfruttare gli accorgimenti tecnici, anche vecchi di secoli, per ottenere sfumature, linee e colori che altrimenti non potrebbero essere fissati, ma anche e soprattutto comprendere la vita propria dell’argilla”. Sedimenti antichi più dell’uomo, utilizzati fin dalla preistoria, che ancora oggi seguono le stesse fasi prima di essere considerati oggetti definiti. Forme crude ottenute con il tramite dell’acqua, che unisce e agisce da legante, che subito dopo chiedono solo il riposo. “Un riposo semplice, possibilmente tiepido, in cui è l’aria ad agire liberando quasi ogni singola molecola d’acqua che giace nell’impasto. E quindi il fuoco. Elemento naturale che consuma, la cui forma non è possibile fermare in alcun modo, ma che permette di passare dalla fragilità alla solidità piena. Elemento che ci ha dato di che stupirci e sperimentare con tecniche apparentemente primitive, ma di volta in volta rese migliori dall’esperienza. Niente derive filosofiche prego, è solamente lavoro e sudore. Perché la terra pesa, perché non sempre si riesce a domarla nella maniera giusta e perché quando entra in scena il fuoco la certezza del risultato diventa una chimera faticosamente addomesticata”. E proprio lungo quella sottile linea dove la materia e gli elementi rivelano il loro spirito più ancestrale e selvaggio, esponendo l’umano gesto all’imprevisto e all’imperfezione, l’animosità del gruppo Nove ha trovato la sua dimensione unificante: “In fin dei conti ci consideriamo un gruppo di amici di amici che ribadisce con forza la propria originalità…Siamo tutti partiti da istanze artistiche connaturate alle diverse età, passando con spontaneità dai graffiti dell’adolescenza d altre forme espressive, pur mantenendo la stessa forza e impatto emotivo. Continueremo a farlo focalizzando la nostra attenzione sulla ceramica intesa come arte: è la cosa che sappiamo essere parte di noi e non possiamo a farne a meno”.